— Dalla —

Una città intera vorrebbe difenderla. C’è solo un modo: sta scritto nel titolo.

È possibile che i percorsi —di vita, di studio, lavorativi— vi abbiano fatto girare l’Italia, il mondo.
Non conta. La periodicità, simile ad un transito di cometa, col sogno coltivato da tutti che diventi piacevole abitudine, fa sì che ci si accosti a questo esordio con gli occhi e la bocca aperta di un bambino.

E quindi i riferimenti —musicali, letterari— legati alla città che ci ospita sono quelli di un ragazzo di provincia, anche se a Bologna sei di casa.
Anche se lo sai che la “sostanza” di questa serie A è lontana dall’essere favolosa, la confezione diversa, le grafiche dei network ti abbagliano.
Anche se ti nominano di striscio, ma a tanto siamo abituati. Abituati pure a contigui che si peritano di portare striscioni, che fanno biglietti per tifare contro. Non ho mai creduto ai vizi da generale e paga da soldato, da sempre sono convinto che abbiamo dimensioni da “piccola” e attenzioni da strisciata. Come sia finita non so, le immagini ufficiali non hanno raccontato.

Venti anni non hanno cambiato questo, sembra non cambiare la storia quando, finalmente, inizia a rotolare un pallone.
Della squadra che esordì all’Olimpico nel settembre del 1998 manca la caratura. Ma il coraggio c’è, anzi moltiplicato.
Coraggio che trova rappresentazione iconica in un calciatore con i capelli sagomati a scacchiera, il Coulibaly “vecchio” che canta e porta croce in una dimensione che, forse, gli appartiene più della cadetteria.
Nella doppia ammonizione comminata al centrale norvegese non ci sono le stimmate dello scandalo come avvenne per Luca Fusco all’Olimpico. Ma la storia che si ripete ha dell’incredibile.

Seguito fin qui? Beh, adesso buttatela nel cesso ‘sta roba dei ricorsi storici. Ché quello in giallo —quanti latrati inutili all’atto della designazione— ad un certo punto si reca vicino ad una specie di televisore, caccia un cartellino e fischia. Quel che avviene dopo lo racconterete ai nipotini.
Che ascolteranno con disincanto l’episodio successivo, che narra di un sensore piazzato sulla linea di porta. A loro sembrerà un’anticaglia, alle presenti latitudini aveva forma di coltellata. Giustamente inferta, eh.
Fallito temporaneamente l’aggancio a Juve ed Inter (eheheh), tolto il cellophane da questo torneo nuovo nuovo, ci si cala —tutti— nella divisa da lavoro. Un lavoro di sofferenza, contenimento e lunghe serie di corner avversari. Mestamente si ripesca dall’igienico sanitario il fatto dei ricorsi storici. Ma questi sono logori per gli anni e stropicciati. Se ne accorge l’iconico che si inventa la palombella dei sogni e riporta avanti i granata.

Arriverà poi la sconfitta, l’uno-due definitivo, la tassa neofitA da pagare all’equitaliA del pallone. Nulla si toglie a questa disperata e coraggiosa prestazione.
Finisce 3-2 con i ricorsi —definitivamente stavolta— in viaggio verso il mare, dopo il transito nelle fogne. Di passato non voglio più sentir parlare. Di tutto il passato. Una città intera vorrebbe difenderla. C’è solo un modo: sta scritto nel titolo. Come dite, avevate pensato a Lucio? Pensavate male voi, ho pensieri più importanti io.

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Medico, socialmente attonito e disadattato. Osservatore non distaccato. Settario.