Vincere o Morire

24 Maggio 1999 - Enzo Ciro Simone Peppe

  — Prego Dottore, stiamo per iniziare 

La hostess del Continental Hotel mi porta via. È dura lasciare il paesaggio incomparabile che stamane offriva Castel dell’Ovo. È dura lasciare i miei pensieri.

Ancora Napoli, 15 anni dopo.

Allora però era la pensilina della stazione a Piazza Garibaldi.

La coincidenza per Salerno. Un ritardo del quale non conoscevo la causa. Il cinismo del facchino.

— Enn’ appicciat’ ’o treno a Salierno. Boom, ’enn fatt’ a botta. —

Che la mia avversione per questa città comincia da qui. Da quel facchino.

Quella botta la dovevo fare pure io, se non era per Antonello.

— Dove vai, vieni a dormire a Milano. Domani al lavoro non ci vai. E poi, in che condizioni ti presenti? —

Le condizioni erano quelle di uno che era appena retrocesso in serie B. Che poi non ci sarebbe niente di male. Solo che a noi, da settimane, avevano detto: “Vincere o morire”.

E noi a Piacenza, puttana la miseria, avevamo solo pareggiato.

In B, senza meritarlo. Chè qualche giorno prima il Perugia si era comprato la partita ad Udine.

In B.

L’andazzo era chiaro. Da subito dopo. Da quando salimmo sugli autobus di linea che, dallo stadio, ci dovevano portare alla stazione.

Un ragazzo fece leva con le braccia sul corrimano e, a piedi uniti, spaccò la vetrata del pullman.

Il segnale convenuto, che la la devastazione avesse inizio.

“Vincere o morire”, ci avevano detto.

Io scelsi la terza via, buttai nello sciacquone il biglietto per Salerno. Ne acquistai uno per Milano.

Attesi il treno. Sul marciapiede di fronte, i miei ex compagni di viaggio.

Treno speciale, come no. Specialissimo.

Il caldo di quel giorno, l’odore dei fumogeni, non l’ho più dimenticato.

Era come a Bergamo, qualche anno prima. Lo stesso treno. La stessa merda. Fatta di fermate in stazioni periferiche, senza acqua da bere, senza poter scendere.

Fuori dai coglioni, quelle belve di Salerno.

Io stavo sull’altro marciapiede. Con i tifosi del Nord, quelli che tornavano a Milano. O più in là.

Uno di questi tornava in Svizzera e piangeva. Mi parlava di Rigobert Song, che meritava una possibilità. Che questa possibilità non l’aveva avuta.

Quel ragazzo che tornava in Svizzera, anni dopo, sarebbe diventato l’allenatore della Salernitana.

Io stavo sul marciapiede di fronte e, senza saperlo, guardavo, per l’ultima volta da vivi, Ciro, Peppe, Enzo, Simone.

Vincere o morire.

Che mi salvai la vita, forse. Quella dell’uomo, non quella del tifoso.

Quella no, quella finì quando arrivai a Milano e vidi, e sentii, i milanisti che festeggiavano il Tricolore.

Vincere o morire, e mille volte sono morto in quella notte senza sonno, nel monolocale di Antonello.

A rivedere Giacomo Tedesco atterrato in area, e Bettin, alla sua ultima gara da arbitro, che faceva cenno di continuare.

Vincere o morire, ma l’uomo non morì. E, all’indomani, prese il treno per Salerno.

Senza sapere, senza immaginare i motivi del ritardo. Su quel binario morto, prima di Roma.

A Napoli, lo seppi, me lo disse quel facchino di Napoli.

— Prego Dottore, stiamo per iniziare —

Come faccio, giovane ed ignara hostess di congresso, a spiegarti che dopo Piacenza non si può iniziare niente?

Che al massimo si ricomincia, in un modo diverso, mettendo il silenziatore al cuore?

Che un mese dopo nasceva mio figlio? Quello che, ogni volta che si va al cimitero, mi dice: — Papà, andiamo a salutare i ragazzi? —

I ragazzi. Quelli che, 15 anni fa, stavano sul binario di fronte al mio.

Quei ragazzi, ai quali qualcuno aveva detto: “Vincere o morire”.

Giovanni Perna per “Cronache” – 24 Maggio 2014

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Medico, socialmente attonito e disadattato. Osservatore non distaccato. Settario.