La piega amara

Ne ha lasciati, segni, Di Bartolomei? Tanti. Nei tifosi, nella musica, nel cinema. Ce n’era abbastanza? Si. E allora perché ce lo stiamo perdendo?

«Canto la sua eleganza con parole che gemono
e ricordo una brezza triste tra  gli olivi»

 

Parole di Federico Garcia Lorca per chiudere un lungo poema in morte di Ignacio Sanchez Mejias, torero incornato a morte nell’arena.
Quando gli organizzatori di “Overtime” a Salerno, a venti  anni dalla scomparsa di Agostino Di Bartolomei, chiesero a Gianni Mura un ricordo del Capitano,  fu questa la citazione usata dal Maestro per un evento che definì “bello, giusto, doloroso”.

Era sei anni fa. Adesso anche il Maestro è andato via, lasciando agli orfani una scia stellata di parole.

E una sensazione che, nelle svolte che i pensieri fanno, diventa paura.
La voglio spiegare cinematograficamente, questa sensazione.

In un film recente, che si chiama “Yesterday”, dopo un black out planetario il mondo dimentica l’esistenza dei Beatles. Ecco, la paura mia è che il mondo si sia dimenticato di Agostino.
E questa, vedete, è una cosa insopportabile , una storia che non regge, non importa di che specie sia il black out, e gli alibi vari ed eventuali.

Tra questi, uno potrebbe essere l’epilogo “difficile”. L’interruzione volontaria della vita. Quali sarebbero, di grazia, i giudici? Provenienti da quale società, insigniti da quale morale? Andiamo, su.
Sul comodino di Cesare Pavese, suicida pure lui intorno ai 40 anni di età, trovarono sottolineata una frase:

«L’uomo mortale, non ha che questo d’immortale. Il ricordo che porta e il ricordo che lascia»

 

Ne ha lasciati, segni, Di Bartolomei? Tanti. Nei tifosi, – no, non mi limito ai giallorossi – nella musica, nel cinema, quello di Paolo Sorrentino che lo celebrò nella sua opera prima: “L’uomo in più”.
Ce n’era abbastanza? Si. E allora perché ce lo stiamo perdendo, Di Bartolomei?

Perché era scomodo, io credo.
Sì, scomodo, ché di idoli esistono varie specie. Almeno due. Quelli che ti ci identifichi, quelli che ne percepisci la grandezza ma anche la distanza dalla media comune dei pensieri e dei sentimenti.

Li riconosci, questi ultimi, dalla piega amara dell’espressione del volto, pure quando sorridono. E vederli ridere è evento raro, e se lo fanno, lo fanno fuori tempo rispetto agli altri.

Ivano Fossati, a pieno titolo uno di loro, li ha raccontati in una canzone. Per niente facili, così poco allineati, un maledetto muro nella testa.

Pasolini, Eduardo De Filippo avevano facce così. Anche Agostino la teneva.
Gente che, tra gli squarci aperti del muro maledetto, ti spiega un universo che è il tuo ma che non sapevi di avere. Facile ammirare la visione, comodo scappare via subito dopo per non farci i conti.

Agostino questa cosa la faceva coi piedi. Delle sue punizioni senza effetto ho già scritto: la rete come obiettivo, il pallone come mezzo, da scagliare con tutta la forza in maniera diretta.
Ovvero come risolvere un problema in maniera semplice e sincera.

Avrebbe potuto farlo anche dopo, sicuro.
Quando il figlio Luca radunò i suoi appunti per il “Manuale del Calcio” non mancai di notare che, prima delle regole del campo, degli schemi da seguire, Agostino raccomandava ai giovani calciatori di asciugarsi bene le dita dei piedi e i capelli dopo ogni doccia.
Micosi e cervicalgia, quanto strano appare oggi un uomo che parla di questo ad un mini uomo in balia di un procuratore?
Meglio applaudire, il segno della croce no ché non è morto da cristiano, e rimuovere.
Altrimenti c’è da fare i conti con lo spettacolo (?) di oggi, che proprio in queste ore riprende, trasformando i calciatori in pesci da vedere in un acquario in forma di schermo HD.

Tanti motivi per tenercelo stretto, eppure Agostino ce lo stiamo perdendo.

Per tante ragioni. Un peccato, ad esempio, che la sacrosanta difesa dell’immagine, il condivisibile rifiuto di ogni forma di speculazione abbia rinchiuso l’icona in una teca inaccessibile. E che si debba ricorrere alle vecchie foto, ai filmati di repertorio, per finire inevitabilmente, per accontentarsi di una citazione.
Quando invece Di Bartolomei – l’uomo, il calciatore – è materia viva, valore da raccontare.

Per “salvare” qualche ragazzo che tira calci ad un pallone, e pure per stirare qualche piega del viso. Come nel mio caso, ad esempio. Sì, senza essere giganti, pieghe amare ce ne sono diverse in giro tra gli amanti del pallone.
Che ridere di gioia non fa, ed al massimo si prende qualche ironica vendetta nel sorriso.

Come quello che faccio quando penso al calciatore più rappresentativo della mia Amatissima. Un giallorosso che presidenti laziali, colori biancocelesti infilati a forza, potranno mai scacciare.

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Medico, socialmente attonito e disadattato. Osservatore non distaccato. Settario.