la peste

Il mio firmamento è povero di stelle, che per questo brillano lucentissime.

«Perché Pierino Prati è il terrore dei portieri?»
« … »
«Perché fa la pipì nei portoni!»

Sì, lo so, non fa ridere.

La raccontava pure Alvaro Vitali nei suoi film.
Era per dire. Era per raccontare che Prati stava nell’immaginario collettivo.
Pure a Roma, dove spese i penultimi gettoni della sua carriera in A.

Ma le nostre storie, quante volte l’ho detto, sono differenti.
Qui si entra nella leggenda per un anno solo.
Anzi per mezzo campionato.

Ché a Torre Annunziata si ruppe una gamba, dopo esser passato come una folgore sui campi della C meridionale, annunciando a suon di reti il campione che sarebbe diventato a Milano.
20 anni, archetipo fisico del bomber, la gamba spezzata.
Ti basta, lettore? A noi sì, a noi basta molto meno.
Da Cinisello Balsamo nel sud profondo, dalla cantera più prestigiosa e ricca d’Italia ad una squadra di terza serie.
Anni 20, bomber mandato dal destino.

Non è abbastanza, lettore?
Lascia che aggiunga qualcosa.
Il bomber del destino arrivò, insieme a Corbellini, grazie ad una cambiale.
Mai onorata, peraltro.
Firmata a Milano.
No, non semplicemente a Milano.
In un ristorante con quasi novanta anni di storia, “Alle Colline Pistoiesi”.
Che col calcio si incrocia, eccome, se ti dico che uno dei figli dell’oste si chiama Gori Sergio, detto “Bobo”.
Altra sponda calcistica, altre strisce meneghine.

Siracusa, Chieti, Crotone, Casertana, Torre Annunziata.
Poi il crack.
Ed il ritorno al gol, dopo un infortunio che allora poteva voler dire fine carriera, dopo una riabilitazione attenta, “con le mollichelle” per la quale bisogna ringraziare Carmando, proprio col Savoia, a Maggio, prima ancora della goleada con la Samb, due settimane prima della sentenza scandalosa che portò al recupero a L’Aquila, lo 0-0 che sancì il ritorno in cadetteria.

“Morderete dovrete, o lupi, la polvere del Vestuti”.
Così recitava lo striscione del tempo e, nonostante gli aiutini, il Cosenza si dovette piegare.

Se c’ero? Non c’ero.
Ma mio padre me lo ha raccontato prima.
Pino Adduci poi, che aveva compreso che quel giovane medico del settore giovanile bisognava pagarlo a suon di racconti.
Racconti che, passati attraverso il filtro del mio cuore, diventavano leggende.

Faranno vedere, i network nazionali, la tripletta rifilata all’Ajax nella finale di Coppa dei Campioni.
Ricorderanno gli Europei del’68.
Che facciano pure.
Nulla potrà toccare, scalfire, la foto di quel quasi bimbo di venti anni con due borsoni che andava ad allenarsi al “Vestuti”.

Il mio firmamento è povero di stelle, che per questo brillano lucentissime.

Brilla tra queste l’immagine di un bomber ragazzino con la faccia da bomber, che regalò gioia alla mia gente.

Addio, peste.

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Medico, socialmente attonito e disadattato. Osservatore non distaccato. Settario.