il male a venire

Bisognerebbe rendere loro onore. Col silenzio, col rispetto, col rimpianto. E con una non controindicata schiena dritta.

Sei stato saggio a scolpire per me:

«Strappato al male a venire».

Si legge questo, in un epitaffio di “Spoon river” di Edgar Lee Masters. Sta sulla tomba di un ragazzo che non sopra, ma sotto un treno è morto.

Ecco, se non è scostumato iniziare dalla fine, lo voglio dire subito che non è vero. Ché questa frase è pillola di antidolorifico per un male grande. Può dare consolazione per qualche tempo, ma poi il dolore torna, e non c’è dose efficace per lenirlo.

Di questo giorno ho già scritto, in passato.
Strappandomi, e forse strappando, qualche cuore. Ma restano ancora parole da dire. Ché diversamente non si può fare. Ché, sacrificato al dolore non definibile della morte di Ciro, Enzo, Peppe e Simone su quel treno che tornava da Piacenza il 24 maggio 1999 ci sta, appunto, il “male a venire”.

Che, no, non ha niente a che vedere, non gareggia con la più grande delle catastrofi — sopravvivere al proprio figlio — ma resta, a queste latitudini, data impressa nel marmo.
Altrove, lungo lo Stivale, questo giorno evoca una resistenza eroica, quella del Piave.
Da noi, a Salerno, è giorno di lutto, ma anche di sconfitta di una generazione. Di morte di giovani vite, ma anche di brusca resa dei conti col fuoco scomposto di una passione che, dal 25 Maggio 1999 in poi, non è più stata uguale.

Il giorno dopo, sì. Ricordo il “Processo” di Biscardi, il direttore de “Il Mattino”, Aliberti in collegamento da Napoli.

«Presidente, cosa si rimprovera, cosa avrebbe potuto fare per evitare tutto questo?»

Gli occhi gonfi, la rabbia, il dolore, non resero la risposta compiuta.

Potessi farlo, oggi ed al posto suo, direi: «Ho confezionato un sogno, ma nel pacco abbiamo dimenticato il foglietto delle istruzioni.»

È così che è andata. Perché nessuno — nessuno — seppe fare a meno della forma degenerata di una virtù.

Il senso di appartenenza, intendo, che diventa un “noi contro il mondo”.

Nessuno, il giorno prima, ne fu immune. Ognuno, il 24 Maggio, ne trasse le conseguenze che cervello, cuore, anima consentivano. Non tutti avevano la stessa dotazione di fabbrica. Le tragedie nascono così.

Di foto con filtri impressionanti è pieno il web. Ma le foto non hanno odore. Come quello della colonna di fumo, ad esempio. Della nostra Černobyl’ che inaugurò, già il giorno prima, quel giorno dopo che a distanza di anni ventuno non è ancora finito.

Pure qua, per la buona educazione di tanti, per la convenienza di alcuni, la virtù ha avuto modo di degenerare.

«Peccato a chi more», mia nonna diceva. Con ragione. Ma, vedete e ripeto, io parlo di altra cosa, di “male a venire”.

Il silenzio del rispetto, doveroso, necessario, persino ovvio, ha coperto di coltre spessa il tutto. Legittimando oblii, omissioni, cavalcate d’onda. Talvolta a tempo, altre volte fuori.

In silenzio, il quadrivio di Brignano ha perso un pilastro, per ragioni che nessuno ha il diritto di chiedere.

In silenzio, “l’indotto”, che fu lauto banchetto ed ora è ammasso di briciole, continua a trovare estimatori.

In (poco) silenzio, con il poderoso aiuto di due fallimenti, molti hanno deciso di trasformare la passione per una squadra di calcio in un posto fisso della pubblica amministrazione. Che magari non soddisfa, ma lo stipendio (leggi torneo di appartenenza) è garantito.

In (tanto) silenzio, il sistema — no, meglio dire corrente di pensiero — che sputò in faccia alla Salernitana quel giorno al “Garilli” ha resistito, si è evoluto, resta contiguo.

Si dice, ci insegnano, che nella vita ci sono cose più importanti del calcio. È vero. Ma la vita, o la salute, non sono in gara.
E neanche lo sono la coscienza civile, la dignità, il rispetto. Ma, per quel che riguarda queste ultime, mai capirò perché — o chi — abbia deciso che questi valori siano incompatibili col pallone.

Non si spaventi nessuno, eh? Il pericolo di un fuoco scomposto, a Salerno e per le cose di calcio, non c’è più.

Per mancanza di carburante, ché la Passione di quel tempo non può tornare. Per saggia comprensione delle leggi, per il salvifico timore della pena. E perché, diciamolo, di donchisciottismo o masaniellitudine non è mai stata stagione.

Ma c’è un “male a venire” col quale fare i conti, un “giorno dopo” al quale porre fine, la nostra nube di Černobyl’ da dissipare.

Un dono, anche questo senza foglietto di istruzioni, che a Ciro, Enzo, Peppe e Simone è stato negato.

Bisognerebbe rendere loro onore. Col silenzio, col rispetto, col rimpianto. E con una non controindicata schiena dritta.
Almeno per chi può e sa.

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Medico, socialmente attonito e disadattato. Osservatore non distaccato. Settario.