Bruno Tescione

Il Cappello della Bersagliera - Bruno Tescione

Una scena da film americano, una cosa alla Woody Allen.

Eppure questo flash-back è, davvero, vissuto.

Gli appunti di Istologia sparsi sulla tua scrivania, un clarinetto, sempre il tuo, che prendeva vita nelle pause, tra le mille sigarette.

Quella foto grande, sullo sfondo, di quell’uomo che era quel che volevamo diventare: un medico.

Che visitava un calciatore della Salernitana.

E che strano, amico mio, parlarne al telefono adesso, con la tua voce che arriva da Fano, dr. Paolo Tescione, amico chirurgo.

Che bello tu abbia scelto me, per primo e dopo quasi quaranta anni, per ricordare una storia granata, quella di Bruno, il tuo papà, il dr. Tescione medico sociale per dieci anni, che se andò via, prestissimo, dopo la trasferta di Giulianova, nella stagione del terremoto, terribile anche sul campo, dove solo una classifica avulsa ci salvò.

« Sembra incredibile, non ricordo di averlo mai sentito parlar male di nessuno» è quel che ti sorprendi a dire, quando ti chiedo di definirlo in poche parole.

« Chiaro, aveva difetti come tutti » ti affretti a dire, ma non fai a tempo, non ci riesci, a chiudere la porta su una galassia lontana da qui, nel tempo e nello spazio: quella della pacatezza, del parlato a bassa voce.

Lontanissima per me, che di Salernitana sono talebano e polemista.

Sì, si parlava di Salernitana con sussurrato amore.

Con gli amici di sempre, l’avvocato Tedesco, i farmacisti Vessa e Pifano, il cav. Capriglione dell’omonima tipografia.

E il nome di Onorato Volzone che spunta. Per me modello di giornalismo, per te l’amico di famiglia. Che non alzava mai la voce, ricordi, per esprimere un concetto, per affermare un’idea.

Non lo sai, Paolo, ma si sente il clarinetto quando parli di Lei e di papà.

Delle trasferte che diventano avventure. Come quella in Sicilia, cominciata in nave da Napoli.

La prima volta che hai sentito dire “forza sette”. Che per sfuggire alle onde avete dovuto costeggiare l’Africa. Tutti fuori nel salone, calciatori e passeggeri, a guardare quelle onde.

Quando si dice “fare gruppo”, ché nottate così non passano più, neanche se il giorno dopo devi andare in campo.

Racconti di quei calciatori ragazzi del tempo che ti sembravano uomini adulti. Parola d’ordine: “Personalità”e scorrono i nomi di Mujesan, Papadopulo, Pantani.

Di Tom Rosati no, non parli di personalità. “Il marine”  lo chiami ancora oggi e l’eco degli schiaffoni che hai sentito e visto dare rende bene il senso.

Mi viene da pensare cosa farebbe zio Tom degli eroi di oggi, ma è pensiero che la musica del clarinetto porta presto via.

Sull’onda, ancora, delle trasferte. Il premio doppio, per te ed Attilio. Il tempo per stare, tutto il tempo, con quel papà che nei giorni feriali si dedicava, di giorno e di notte (galassie lontane, ancora) ai suoi pazienti.

E se il cuore ha odori e rumori, per te quelli sono stati quelli dell’erba degli stadi, degli spogliatoi, degli scherzi da caserma fatti negli autobus, delle barzellette di Carmando.

A Giulianova, però, il 24 Maggio del 1981, con la Salernitana alla disperata ricerca della salvezza, non era tempo di gite.

« Papà si sentì male sul campo, verso la fine della partita. Fibrillazione atriale, credo. Lo portarono in ospedale, si riprese e, come tutti i medici, firmò la dimissione volontaria. Per andare in albergo, attaccarsi al telefono, e rassicurare noi che lo aspettavamo a casa.
Nella notte, l’embolia che se lo portò via qualche giorno dopo. Mamma non volle che partissimo per Teramo. Avevo diciassette anni ».

Cerco (senza successo, lo so) di mandare via quel velo.

« Paolo, il dr. Tescione cosa direbbe del calcio, oggi? »

Il velo non si toglie, ma il sorriso riesco a strappartelo.

« Cosa direbbe il dr. Tescione? Forse, più che altro, si sentirebbe spaesato. E non solo perché gli interessi economici hanno preso il sopravvento. Ecco, io credo che non ci sia più la goliardia, non ci sia più il rapporto tra persone. Papà, ad esempio, con Bruno Carmando si vedeva tutti i giorni. La partita, i ritiri, erano solo uno dei momenti di una vita vissuta sostanzialmente insieme. “Squadra”significava questo. E poi era tutto un bellissimo, importantissimo gioco. Un gioco. Oggi puoi dire ancora cosi? »

« No, dr. Tescione 2.0, direi di no. Rimpianti? »

« Ho avuto in dono molti tratti del suo carattere. Il rimpianto nasce da lì, dal riserbo nell’esprimere i propri sentimenti. Non sono certo di avergli saputo dire, completamente, quanto gli volessi bene. E, naturalmente, quanto mi manchi. »

Non sono d’accordo, dr. Tescione 2.0. Magari, poi, una copia di “Cronache” arriva anche lì.

Annunciata, chissà, dalla sua canzone preferita. Quella che ti chiedo di lasciarmi come saluto.

“Maruzzella” di Renato Carosone. Grandissimo jazzista, poteva agevolmente arrangiarla col clarinetto.

Toccherà a te, suonarlo, lo sai.

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Medico, socialmente attonito e disadattato. Osservatore non distaccato. Settario.