erA de’ maggio

Nel giorno del più desiderato dei matrimoni, le sedie vuote in chiesa ti smorzavano la gioia

E ferita d’ammore nun se sana.
Nun se sana; ca sanata
Si se fosse, gioja mia,
Mmiezo a st’aria mbarzamata
A guardarte io nun starria! 

Sí señor, nel mio cuore suona la musica rock, ma la musica è figlia del momento. E adesso non mi fiderei di fare come facevo quando ritmavo, io dagli spalti, il protagonista in campo, i gol di Marco Di Vaio.

Ancor più di ieri, oggi mi sentirei ridicolo con la base di “Moviendo la cadera”. Ah, mica solo sul corpo del governatore De Luca il tempo lascia segni scostumati. E poi, col tempo che è passato, il ricordo prende note più dolci, si strugge, ti accorgi che ha messo radici nel tuo corredo genetico. E le radici musicali, di tutti, hanno casa nella melodia napoletana.
Per questo, quando Tommaso mi ha affidato questa nota, già durante la telefonata affioravano i versi di Salvatore Di Giacomo. Sì, se la ferita fosse sanata non starei ancora a guardarti. Ma che vuoi sanare, qua gli anni passano e di cicatrici non si vede l’ombra. Non guarirà mai, ormai lo so.

Era de maggio, per me agli inizi di quel mese.
Chè quando al 27’ s.t. del 3 Maggio 1998, nei pressi di un noto carcere ligure, il suddetto Marco Di Vaio ruppe un digiuno durato quasi tre mesi, gli argini si ruppero.
E non fu per il panno steso sulla torre dello stadio, non fu guardando quella donna posizionata ad amazzone sull’ippocampo che mugolava “A, A, AAAA…”, non fu per quello che diedi un senso nuovo alla parola “climax”.
Chè quella era stata stagione di orgasmi multipli.
Non furono le “solite” lacrime che piansi quando il ragazzo di Cariati ruppe gli indugi ed alzò, in mutande, quella lettera grande, la prima dell’alfabeto, in faccia ad una folla in delirio, sottesa dal pubblico rossoblu che svuotava gli spalti per lasciare il palcoscenico alla regina della festa.

Questo fu, due giorni prima che il fango si prendesse drammaticamente la ribalta a 25 km da casa mia. In casa mia, quindi.
Portandosi via 135 persone a Sarno, 5 a Siano.

Vedete, quando si vive una passione monotematica come la mia, è facile connotarla di una “centralità” che gli altri non vedono. Ma è vero, è vero credetemi, che la nostra storia è differente. Chè nel giorno del più desiderato dei matrimoni, le sedie vuote in chiesa ti smorzavano la gioia. Le sedie vuote, la provincia tifosa che faceva una trasferta ogni settimana. L‘appassionata provincia. Colpita al cuore.

 Questa nota si scrive oggi, in un tempo dove si evoca rispetto, richiamo al buonsenso, empatia.

Non ce ne fu bisogno, allora, nessuno dovette sprecarsi in appelli. Fu il senso comune di un popolo, la coscienza civile del salernitano a prendere istintivamente la via giusta, la via del saper campare.
Per segnare il gol più bello di quella stagione, che di azioni fantastiche sul rettangolo verde ne aveva viste tante.
Che nostalgia, ragazzi.

Arrivammo così all’Arechi. Col vestito buono della cerimonia, la gioia nel cuore, e gli eccessi non presero posto sulle sedie vuote. Visibilissime, anche in mezzo a 33000 anime.
Mai più mi sono sentito tanto alto e fiero.

Zero a zero col Venezia, come col Taranto nel 1990. Si vede che le pietre miliari le celebriamo così, con quel risultato e di fronte all’altra vincitrice.

Se azioni vi furono in campo non le ricordo.
Ricordo, quello sì, la sensazione divina di una sauna, dei liquidi che sgorgavano dal corpo, del sudore che si mischiava con le lacrime.
È la sauna della vittoria, non ha il sapore dell’incenso di una SPA, ma quello dei fumogeni. Non conosce il suono rilassante e soffuso della new age, ma quello incessante delle trombette spray. Provata una volta, non la dimentichi più.

Pensai di non voler chiedere altro alla mia vita di tifoso. Pensavo. Che non avrei voluto altri campioni nella mia vita. Che, da Balli a Greco, quei ragazzi mi avrebbero portato ovunque, che sarebbe durato per sempre.
È quel che è accaduto, ma non come pensavo quel giorno.

Pensavo questo, mentre tornavo con l’auto dallo stadio. E solo all’arrivo mi resi conto che quel giorno, proprio quel giorno, il traffico snervante di ogni post partita non c’era stato, che avevo impiegato pochi minuti, che la composta festa non era debordata oltre le mura dello stadio.

Pensai di non voler chiedere altro alla mia vita di tifoso, dicevo. Non era vero. Io penso, oggi, di voler tornare. Di poterla rivedere.
Come nella canzone di Di Giacomo, vorrei che i due amanti si ritrovassero. E non importa quando, non necessariamente di maggio.

Il tempo, dicevamo, mi ha insultato ma, dicevamo pure, mi si può facilmente riconoscere. Sono quello della ferita che non si sana.
Vorrei poter riconoscere te, chè dalle foto che vedo faccio fatica.
E non perché sei meno brava e forte, perchè Gondo non è Ricchetti.
Tu lo sai perché, lo sanno tutti, pure quelli che fanno finta.

Ma accadrà, ne sono sicuro.

Passa lu tiempo e lu munno s’avota, ma ammore vero, no, nun vota vico.

E c’è nu mutivo antico che non passa mai di moda. Lo canteremo ancora.

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Medico, socialmente attonito e disadattato. Osservatore non distaccato. Settario.