clausura senza vocazione

Un’espressione. Un marchio che ho ritrovato stamane in un riluttante risveglio.

È un flusso monotematico di immagini e testi, quello che entra dai nostri schermi.

Eppure, ogni giorno, ci sono cose che restano più ferme, e non cancellate subito dall’onda successiva di immagini e parole.

E arrivano da fonti disparate, a volte insospettabili.

Salvo Sottile, ad esempio.

Non riuscivo a prendere sonno (la notte, di notte, è più difficile che mai) e ho visto il suo “Prima dell’alba”, la puntata dedicata alla vita in carcere.

https://www.raiplay.it/video/2020/03/Prima-dellalba—Speciale—Una-notte-in-carcere-4a5b3ee2-ec1d-4dad-aae6-6f42a2731db2.html

Un’espressione. Un marchio che ho ritrovato stamane in un riluttante risveglio.

“Clausura senza vocazione”. La nostra.

E questo nostro, no, non è il carcere. A noi non accade, ad esempio, di dover aspettare quattro giorni per sapere perché tua figlia non è venuta a trovarti.

Ma i reclusi che si alternavano al microfono ripetevano il mantra dell’errore commesso, della colpa da espiare.

Ecco, clausura senza vocazione e senza colpa.

Non è condizione facile da incanalare per un tempo indefinito.

E non si parla, lo scrivo per le deboli menti, di un indulto alla disobbedienza civile. Restare a casa, ora, non è scelta. 

Quanto della ricerca di un colpevole da colpevolizzare.

Lo scrive bene Marco Bersani, qui

https://www.italia.attac.org/virus-scatta-la-colpevolizzazione-dei-cittadini/

Fino ad ieri, per me, un perfetto sconosciuto.

Il fatto è che, passato il tempo della sorpresa, abbondantemente scaduto il tempo dell’organizzazione, a questi “noi” spinti in clausura senza vocazione, incarcerati senza aver commesso reato, occorre dare risposte, e non solo bollettini.

Occorrono altre e diverse “parole di verità”.

Sento e leggo, da scranni più o meno autorevoli, del fucile alzo zero sulla sanità “privata”.

Con termini che la equiparano al gioco d’azzardo, al business della droga, al racket della prostituzione.

Avremmo tanto da dire, dalla retrovia di questa filiera.

E quante retrovie di quante filiere possono parlare. Ma sono chiuse in casa, in attesa di indicazioni, linee guida, con intermediari che non brillano.

E non scrivono, non parlano.

“Avremo tempo”, dieci giorni fa dicevamo.

“Date risposte” è oggi.

“Il desiderio di normalità” era lo slogan, dieci giorni fa.

Oggi, spenti gli altoparlanti dei flash mob, tutte le case d’Italia assomigliano a questo palazzo cileno.

Non torneremo alla normalità perché la normalità era il problema

Diteci cosa ne pensate, signori. Siete tanti, ne avete la possibilità.

E noi siamo qui, in attesa h24.

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Medico, socialmente attonito e disadattato. Osservatore non distaccato. Settario.