Carmine

Abbastanza per diventare leggendario nel suo mondo, rimpianto nella sua terra. È quel che è accaduto.

Nel 1960, ad un funerale, il fotografo Alberto Korda scattò una foto che tutti conoscono.

Ché l’immagine del Guerrillero Heroico, di Ernesto “Che” Guevara spadroneggia su poster, magliette, avatar social.

Pochi sanno che quell’espressione così intensa era dovuta ad una crisi asmatica. Tant’è. È cosi che El Comandante resta nella memoria di tutti.

Ma un fermo immagine non può descrivere pienamente la complessità di un’esistenza. E la cosa credo valga anche per l’icona che campeggia sulla Curva Sud dell’Arechi che porta il suo nome.

Quello del “Siberiano”, di Carmine Rinaldi, andato via prestissimo il 12 aprile di dieci anni fa.

Vedete, quando si parla di una persona che tutti conoscevano e rispettavano è una corsa ad accreditarsi nell’amicizia o, almeno, conoscenza.

È un destino comune, ed auspicabile, ché tanto vorrei Carmine avesse avuto in vita gli amici che si è ritrovato in morte.

Da tifoso, lontano e per questo rispettoso del mondo ultras che fu, non posso dire questo.

La contiguità era però fisica, nella curva Nuova del Vestuti, nelle trasferte sui campi della C, nella sede della Granata South Force che potevo vedere dal balcone di casa mia, appena accanto alla tappezzeria di Pasquale ed al bar “Frank”.

Posso quindi tirare fuori delle foto pure io, non “definitive” come quella di Korda eppure preziose per me. Sono quelle della mia giovinezza, ché Carmine aveva pressappoco la mia età.

E non a caso parlo di foto. Di audio in circolazione, di Carmine, ce ne sono pochi. Forse uno solo. 

«Quella è nostra, è la nostra vita la Salernitana», non c’è tifoso che non ricordi il lapidario promemoria a Pasquale Casillo, la sintesi di una passione ed un senso di appartenenza alla città che mille pagine social, fiumi di parole dette e scritte potranno mai eguagliare. Parole che pesano, come è giusto che sia per chi delle parole faceva parco uso.

Un po’ per ritrosia, un po’ per convinzione.

Un ultras rifuggiva (rifugge?) l’apparire e ben se lo ricorda la giornalista della tv locale, che si collegò dalla curva del “Vestuti” per un servizio in diretta.

Cortese ma ferma, la mano abbassò il microfono.

Era, Carmine, quel che si dice “Nu piezz’e guaglione”. Che, come i saggi fanno, della fisicità faceva sapiente uso.

Tanti, prima di me, hanno raccontato l’impossibile difesa dello striscione a Caserta, l’acrobatica arrampicata che sbloccò una delle più belle (e tante ce ne sono made in Salerno) coreografie viste in uno stadio.

Cosa posso aggiungere, io? Per i ragazzi della sua generazione, che andavano in trasferta al tempo, Carmine era una polizza, un salvacondotto, una garanzia.

Che quelli di fronte ci avrebbero pensato bene prima di, che quelli che stavano dietro di lui non avrebbero fatto cazzate.

Una leadership silenziosa e tranquilla, la sua.

Silenziosa, oddio. Fino al momento dei cori. Carmine sugli spalti faceva risparmiare al suo gruppo la spesa di un megafono.

E non aveva bisogno di proclami per spostare, come fece una volta insieme a Ciccio, l’intera tifoseria dalla curva nuova alla vecchia per protestare contro la squadra.

Con l’amore che prendeva sempre il sopravvento, ché la Salernitana fece un partitone, gli insulti si tramutarono in applausi, e ricordo ancora il suo sorriso quando lanciò il coro ritmato: “Siamo ridicoli”.

Le capisce solo un folle queste cose, le capisce solo un innamorato.

Andato troppo presto, grande come un gigante, uno sguardo che non si dimenticava.

Abbastanza per diventare leggendario nel suo mondo, rimpianto nella sua terra. È quel che è accaduto.

“Siberiano vive” leggi sullo striscione. Mi piacerebbe fosse vero anche per Carmine. Sarebbe giusto per sua figlia, salutare per quel che è rimasto del suo mondo. Fondamentale per la sua tifoseria.

Ché di disinteresse, coerenza ed appartenenza si sente un disperato bisogno, per questa gente violentata dal rogo di Piacenza, e mal risorta da quelle ceneri.

Potrebbe forse, Carmine soddisfare le mie due curiosità.

Sapere cosa pensa del tempo presente, in che modo riceve queste celebrazioni, compresa questa.

Temo di conoscerle, queste risposte, e forse questo è il suo ultimo regalo: evitarci una mortificazione.

Non si farà più a tempo, ché l’ultima volta che lo vidi fu in quella trappola pomposamente definita “settore ospiti” dello stadio Marassi.

E neanche un fiore possiamo portargli in questo tempo maledetto.

Che resta? Forse, provare ad esser degni del suo grande cuore.

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Medico, socialmente attonito e disadattato. Osservatore non distaccato. Settario.