Carmine Iacovazzo

Il Cappello della Bersagliera - Bruno Somma

Il figlio del Leone mi aspetta al tavolino di un bar. E mi ascolta mentre racconto del mio “gancio”. Di Carmine, l’amico anestesista che, quando me lo presentarono anni fa, si sentì apostrofare:

« Ma tu lo sai come ti chiami? »

Lo sapeva, ovvio, lo sapeva benissimo, ché quel cognome, a volte con la variazione della “i” finale, a Salerno fa squillare sempre un campanello.

Paolo è un uomo tranquillo, che della cultura dello sport ne ha fatto vita e lavoro, come la sorella.

Paolo, il più piccolo dei quattro, guarda nella tazzina e fa quel che suo padre non faceva con gli avversari.

“Con Ninuccio non si passa” titolavano i giornali del tempo. Lui, sembra quasi di sentire il rumore di un cancello antico che si apre,  mi fa entrare nel giardino dei suoi ricordi.

«Quando sono nato io, papà Carmine aveva 41 anni. E io gli chiedevo sempre com’era, ai tempi del  Pallone».

E mi racconta del Corso, lo scenario preferito dopo il campo. Il territorio del Leone, che non c’era passeggiata che un tifoso non lo fermasse per ricordare, a lui ed a Paolo, il calciatore ostinato che era.

« Uno che non veniva meno alle consegne del mister. Una volta, era  il Gennaio del ’48, si giocava contro la Juventus. E Viani gli disse di non mollare mai la mezzala avversaria. Lo fece, seguendolo fino agli spogliatoi, facendolo ammattire ».

Il Leone parlava poco, e ha vissuto una storia leggendaria.

Dal vicolo delle Galesse alla spiaggia di Santa Teresa. Iniziava da lì una storia d’amore lunga una vita, di dodici lunghi anni sul campo al servizio della Bersagliera.

Per 275 volte ha indossato quella maglia.

Un record al quale Ninuccio teneva assai.

Una storia di trasferte fatte in carrozza, su tutti i campi d’Italia.

Una storia, come quella di tutti, fatta di porte girevoli, che a volte hanno girato male, altre bene.

« Al tempo la Nazionale sceglieva i suoi calciatori durante raduni periodici, sempre più ristretti. Papà Carmine arrivò fino all’ultimo, quello decisivo. Poi… Poi la guerra si portò via tutto, anche la chance di poter indossare la maglia azzurra ».

In tempi successivi, lo salvò l’amore per Salerno.

« Il sogno della A durò una stagione sola. Ma quelli del Grande Torino lo notarono. Salì in Piemonte per un periodo di prova. Al terzo giorno, nel pensionato dove alloggiava, cadde dal letto e prese una botta in testa.  Già vittima della nostalgia, interpretò il fatto come un segno. Doveva tornare a Salerno. E così fece, mentre i campioni partivano per Lisbona. Tre giorni dopo, Superga ».

La nostalgia lo salvò. Troppo forte l’amore per quel mondo, per quelle mille lire al mese che, se non ricco, lo rendevano benestante.

Per quegli specialissimi premi partita.

« Mamma mi raccontava che i commercianti uscivano dal negozio per regalargli un cappello, un impermeabile. Per abbracciarlo e ringraziarlo di quanto faceva in campo ».

Quel mondo, quella Salernitana dove il rapporto con i compagni, come Margiotta, era sacro.

Fino a diventare legame di sangue.

« Papà e zio Totonno Valese sposarono due sorelle. Erano legatissimi. Aprirono insieme il bar “Vittoria”, il primo con la televisione. Dal campo a “Lascia o Raddoppia?” il legame con la città si rinsaldò ulteriormente ».

Sul Corso, sempre sul Corso, dove l’anziano leone attendeva i suoi nipotini.

E ricominciare a parlare dei granata.

« Fin quando ha giocato al “Vestuti” non mancava mai. Il passaggio allo stadio “Arechi” ed i malanni dell’età lo hanno portato via dagli spalti, mai dal cuore, che per la Salernitana gioiva e soffriva sempre, come quando stava in campo  ».

Paolo, di quella serie A scippata non possiamo non parlare.

« Quel giorno a Roma papà era capitano, e c’è una foto all’archivio di Stato che lo inquadra insieme ad Amadei ed all’arbitro Pera. Quella partita se la ricordano tutti, anche chi non c’era. Del gol irregolare, dell’arbitraggio di Pera che, anni dopo, venne radiato per favoritismi alla Roma stessa. Di una foto si sono perse le tracce: papà alla fine della gara nel fango, nella stessa posa di una statua di un gladiatore sugli spalti. Leone, sì, anche quel giorno ».

Si riconosceva in Breda, Nino, e fu proprio lui da Capitano a Capitano a portare la sua maglia sul letto di morte.

Fece appena in tempo, il Leone, a vedere il ritorno dei granata in massima serie.

« Erano i giorni della festa, e ricevemmo una telefonata da Palermo, da un suo antico compagno, giunto in città per festeggiare. Posso dirlo adesso, papà non stava bene e non se lo ricordava con precisione, ma fu felice di accoglierlo a casa. Due giorni dopo il Leone volò via ».

Non c’è una strada, e neppure un club, che portino oggi il nome di Ninuccio ‘o Lione, questo il rimpianto di Paolo.

La maglia di Breda, il saluto dell’antico compagno gli ultimi omaggi. Più di venti anni fa.

Eppure non ci si dimentica dei gladiatori. Di quell’uomo taciturno che si è schierato a difesa della Bersagliera.

275 volte.

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Medico, socialmente attonito e disadattato. Osservatore non distaccato. Settario.