Bruno Somma

Il Cappello della Bersagliera - Bruno Somma

 “Só marenaro

e tiro ‘a rezza:

ma, p’allerezza,

stóngo a murí…”

Potrei raccontarvi che si è svolta a via dei Canali, questa cena. E ci credereste. Io stesso l’ho creduto.

Ché a quella tavola profumata di mare si respirava aria di Centro Storico. Di Salerno.

E credereste, così come io ho creduto, alla presenza viva del ragioniere, del “gattone” come Adolfo Anconetani ancora lo chiama.

Il ragioniere Bruno Somma, più di venti anni di Salernitana. Negli almanacchi. Di più ancora, se si pensa che a quella maglia fornì il suo apporto fino alla fine.

Sì, Bruno Somma era a tavola con noi. “Noi” sarebbero il genero Alberto, tifoso senza mezze misure (un polemista come lo scrivente) e, soprattutto, Mario, il nipote che ha voluto cercare il suo personale tempo perduto.

«Proprio così. Ho voluto cercare mio nonno, mai conosciuto. Ho voluto capire cosa significassero i ricordi, la commozione di tanti quando veniva fuori il suo nome”.

Lo ha fatto con Passione vera, Mario. E questa ricerca prende corpo, ora, nelle immagini che scorrono nel salotto di casa Pacifico.

Un docufilm bellissimo, di una Salerno magnifica e pisciaiuola che passa nei racconti di Gino, Nino, Enzo, Pino, Amedeo. Di anni poveri e coraggiosi, di un filche è grenade  e non rouge.
«Liguori, Petrone, Adduci, Faccenda, Rosamilia. Hanno aperto per lui, per lui solo, il cassetto dei ricordi. Dal 1945 al 1967, gli annali raccontano di due campionati vinti. Sono tre, in realtà, ché a nonno Bruno si deve l’azione diplomatica che portò al blocco delle retrocessioni dalla C, nel ’59. Con la Salernitana finita diciottesima e retrocessa ai nastri di partenza in terza serie nella stagione successiva.»

Nei credits di quel docufilm si legge “Eredi Somma”. Non è una formula usata tanto per dire, se ad interpretare Bruno è il figlio Adolfo (incredibile la somiglianza). Ma non solo.

Dietro quella frase c’è la piena identificazione ed il sostegno a quella grande Passione.

Che non faceva sconti, neanche alla famiglia nel tempo sottratto, che non trascurava nulla.

«Nonno era segretario, direttore sportivo, general manager, osservatore, factotum. E nulla lasciava al caso».

Addetto agli arbitri, anche, in maniera un po’ speciale. In tempi nei quali i rimborsi erano, appunto, tali, non era infrequente farsi trovare casualmente in piazza Ferrovia all’arrivo dei treni, altrettanto casualmente trovare un’automobile che evitasse la scarpinata al Jolly Hotel, “mediare” col portiere per le camere vista mare, “consigliare” un ristorante con gestori distratti che dimenticavano di chiedere il conto.

Gentilezza mal riposta, gli annali (questo sì) lo certificano.

Sempre con pochi, maledettissimi soldi.

“Plusvalenza” era termine inesistente. Guadagnare qualcosa significava sopravvivere. Anche in termini di calciomercato, in una piazza che esigente lo è sempre stata.

Nasce così la leggenda (da troppi raccontata e mai smentita) di calciatori acquistati e subito rivenduti, fatti scendere dal treno diretto a Salerno e sostituiti con altri meno “onerosi”. Anche omonimi, si sussurra.

O di Nastri, futuro farmacista, passato alla Lazio per una settimana in cambio di soldi e quattro calciatori. Allora si poteva.

Nascono così anche i grandi colpi di mercato. Il ragioniere per i piedi buoni aveva occhio.

E rapporti magnifici. Come quelli con Bruno Passalacqua, il segretario del Milan. Che nell’estate del ’65, al ristorante “Alla Collina Pistoiese” di Milano prese per buona una cambiale (mai onorata).

Quella cambiale portò in granata Corbellini e un giovanotto di nome Prati Piero, da Cinisello Balsamo. La punta che contribuì, al netto di un grave infortunio, al ritorno in cadetteria dopo dieci anni.

Bruno Passalacqua scrisse, alla scomparsa del ragioniere: “Scompare una parte del mio mondo”.

I rimpianti, chiedo a Mario.

«Il mio, non averlo conosciuto. Il resto? Nonno amava troppo Salerno e la famiglia. Non volle lasciarli mai, rifiutando la corte serrata del Livorno, quella di Gipo Viani che lo voleva al Milan.”

Ecco, il ragioniere fece spiccare il volo a tanti. Ma non lasciò, fino alla prematura scomparsa, il nido.
Salerno questo dovrebbe ricordarlo meglio, di più.

Come ce lo ricorda quella bimba di nome Assunta, che porta il nome dell’amatissima figliola.

Che trova, rincorrendo un pallone, un cavalluccio sulla spiaggia di Santa Teresa.

Che porta gioia, chi legge lo sa, per il solo fatto di averla nella propria vita.

Fino a morirne, come nelle note del “Marenariello”, la preferita delle sue canzoni.

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Medico, socialmente attonito e disadattato. Osservatore non distaccato. Settario.