Alfie Evans

A 3 miglia e mezza da Anfield Road

da Liverpool a Roma

DA QUI, Anfield Road dista 3 miglia e mezza.
Abbastanza per tener lontano le urla.
Fuori, piove che dio la manda, come sempre.
Qui, c’è silenzio qui. Non un silenzio totale ma ovattato. Un silenzio fatto di passi felpati di zoccoli di gomma, di macchinari che rilevano i parametri. Il silenzio ovattato di un’umanità bambina che soffre.
Nessuna questione per i turni, per andare a vedere la Champion’s.
Infermieri inglesi qua non ce ne sono quasi più.
Siamo ucraini, georgiani, polacchi, italiani. Come me, che vengo dalla Lucania.
E che alla partita non ho pensato di andare, il biglietto costa caro e quei soldi mi servono per tornare a casa, questa estate.
E la mia partita, quella che preferisco, stasera si gioca qui, all’Alder Hey.

Anfield Road

NON POSSO SAPERE che ad Anfield Road l’inizio di una Roma coraggiosa si sta spegnendo sulla traversa presa da Kolarov.
È pronto, il carrello delle flebo. Lo porto in reparto.
– Hey Kate –
Gesù, ogni volta che la incontro fuori dalla medicheria non posso fare a meno di pensare che è più giovane di me, non posso non notare che quella doggy bag che si ostinano a portarle resterà, anche oggi, chiusa.
A 3 miglia e mezza da qui,  non arriva qui, la canzone che celebra il faraone che un tempo si scaldava al sole di Roma.

Mo Salah, Mo Salah
Running down the wing
Salah la la la la la la la
Egyptian king

Non è quella di Kate, la faccia più triste che incontro.
– Hey doc –

ECCOLA LÌ, la faccia più triste. Uguale a quella dei suoi colleghi.
Frastornata, chè da giorni tra questo silenzio ovattato e l’abitacolo dell’automobile ci sta un tappeto di carboni ardenti, fatto di reflex che scattano, di microfoni puntati, di lacrime, di insulti.
Facce tristi e mute, che non possono urlare che quella partita è tristemente, drammaticamente perduta.
Che hanno trovato flebile voce nel dire, usando formule, statistiche e dati, ad una ragazza di venti anni: tuo figlio deve morire.
Sapendo che non lo puoi dire così, non puoi staccare i tubi così.
Un’ingiustizia, alla quale Alfie, quel che ne resta, decide di ribellarsi.

LA PROVA CHE I MEDICI SI SBAGLIANO. No. La prova che nessuno può decidere, che qualcuno deve farlo, che tutti hanno bisogno di chiedere e dare amore e comprensione.
Ignara e noncurante della demolizione in atto di una Roma, Kate di Roma ne sogna un’altra.
Non è l’Olimpico, no.
La mamma ragazzina pensa, forse, ad un guizzo, a qualcosa che ti tenga in vita.
Come sta provando a fare la squadra di Di Francesco.

NEL CIELO DI QUESTA CITTÀ, stanotte, si intrecciano sogni.
Di vita vera e di gloria sportiva.
Alcuni, i più, irrealizzabili.
Ma tutti parlano di Liverpool e Roma, di andata e ritorno.
Nessuno avrebbe dovuto essere qui, né Salah, né Dzeko, non Kate, non Alfie. Non era così che dicevano i pronostici.
Non lo so più, adesso, se è ad Anfield Road che il biglietto costava troppo caro, non lo so più se è questa la partita che volevo vedere.

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Medico, socialmente attonito e disadattato. Osservatore non distaccato. Settario.